3. Italodisco
Thursday, 6 March 2008
A cura di DJ DODE
![]()
(email for booking dode54@hotmail.it)
La Storia della ITALODISCO Music
È da qualche anno che sono diventato un seguace del genere musicale chiamato ItaloDisco. Per chi non sapesse cosa sia dirò brevemente che si tratta della musica disco italiana, cioè prodotta in Italia ma cantata quasi sempre in inglese, della prima metà degli anni ‘80. E’ caratterizzata prevalentemente da strumentazione elettronica, pesante uso di sintetizzatori che stavano nascendo, effetti etc.
![]()
![]()
![]()
![]()
Alcuni nomi piu “famosi” che rientrano nella italodisco sono Den Harrow, Gazebo, RAFF , gli Scotch, i Novecento, Sandy Marton etc….
Siamo alla fine degli anni ’70, in tutto il mondo sta spopolando la cosiddetta “disco music” (Village People, Boney M, Donna Summer ecc.), che riempie le discoteche e fa ballare i giovani. In Italia appaiono i primi sporadici tentativi di imitazione di questo sound, ad opera di dj e produttori che danno vita a brani “nostrani” cantati in inglese, con le medesime sonorità della musica che al momento sta andando per la maggiore. Tra questi, i fratelli La Bionda, con “One for you, one for me”, che nell’estate del 1978 raggiunge un considerevole successo internazionale; Claudio Simonetti e Giancarlo Meo, produttori degli Easy Going, Vivien Vee, Kasso e Capricorn; Celso Valli con gli Azoto (quelli di “San Salvador”, ricampionata nel 2004 in un famoso pezzo house), e il grande Mauro Malavasi.
![]()
![]()
Il filone della “disco italiana” prosegue, fino a che, nei primi anni ’80, un po’ in tutto il mondo il sound affermatosi inizia a decadere e diventare obsoleto: ormai nelle discoteche si balla un altro tipo di musica, che, pur mantenendo un filo diretto con il genere che lo precede, è realizzata con strumenti elettronici, sintetizzatori, filtri ed effetti che danno all’ascoltatore la sensazione di trovarsi nel futuro. A farsi portatori di questa nuova corrente sono Patrick Cowley, Bobby Orlando, ispiratisi a loro volta a Giorgio Moroder.
In Italia il tentativo di emulazione continua, allacciandosi a questo nuovo filone. Ecco così nascere, intorno al 1982, le prime produzioni come Gary Low (”You are a danger”), Gazebo (”Masterpiece”), ’Lectric Workers (”Robot is systematic”), che continuano a sborsare brani rigorosamente in inglese, facendo un sapiente uso di sintetizzatori, anche se il suono “funky” e “disco” tipico degli anni ‘70 continua a farsi sentire, sintomo che l’Italia, musicalmente e commercialmente parlando, è ancora indubbiamente un passo indietro rispetto alla scena internazionale.
![]()
![]()
Bisognerà attendere il 1983 per la nascita “ufficiale” della Italo Disco: infatti l’editore tedesco Bernhard Mikulski pubblicherà una raccolta in doppio LP intitolata “Best of Italo Disco”, coniando di fatto questa espressione che diverrà famosa in tutto il mondo, e che diverrà sinonimo di musica dance realizzata in Italia. Da questo momento in poi, la Italo Disco compirà un ulteriore passo evolutivo, stabilizzandosi e standardizzandosi secondo determinate caratteristiche.
Il testo, in inglese, è una semplice formalità: il più delle volte spensierato, tratta di amori, tenendo il modello americano come punto di riferimento; oppure semplicemente inneggia alla vita notturna, alla tecnologia, con numerosi esotismi verso gli Stati Uniti e talvolta il Giappone. Altre volte, analizzandolo sintatticamente, si resta alquanto basiti sul suo non-sense; un esempio su tutti: “Diamond” dei Via Verdi).Dal 1983 la Italo Disco diventa un fenomeno non solo italiano, ma internazionale (soprattutto nei paesi non-anglofoni come Germania, Francia, Spagna, Olanda, Polonia, Giappone), vendendo ovunque milioni di dischi, piazzandosi in testa alle classifiche, dando vita anche a… tentativi stranieri di imitazione! In Germania infatti abbiamo artisti come i Modern Talking o Fancy che danno vita a brani dance in inglese, nella miglior tradizione italiana, che sono comunque distinguibili nelle sonorità, molto più legate al folk teutonico; o cantanti spagnoli come le New Baccara, caratterizzati da un sound molto vicino a quello tedesco.
![]()
![]()
Ad ogni modo, l’artista riconosciuto come più significativo del movimento Italo Disco è senza dubbio Den Harrow, che rappresenta un insolito ed interessante tentativo di creare in laboratorio il prototipo del cantante perfetto: alla produzione c’erano i dj milanesi Turatti e Chieregato, autori anche dei testi; ad esibirsi nei concerti e nei video era il biondo modello Stefano Zandri; mentre a prestargli la voce si sono alternati diversi cantanti, dei quali il più bravo e famoso è stato lo statunitense Tom Hooker.
Un’altra figura di spicco della Italo Disco è Mauro Farina, il Giuseppe Verdi degli anni ’80, autore di più di 5000 canzoni, proposte per diversi cantanti o cantate direttamente da lui sotto pseudonimi diversi, tra cui i Radiorama, nei quali faceva coppia con Simona Zanini. Non si può dimenticare l’incredibile successo che le sue sonorità riscossero in Giappone, tanto da poterle ancora oggi riscontrare nelle sigle televisive, nella musica leggera, e nelle colonne sonore di tutti i videogiochi provenienti dal Sol Levante! Senza dimenticare un altro musicista italiano che sfornò soltanto hit tra Italia e Giappone: Domenico Ricchini, conosciuto anche con l’arguto nickname di Joe Yellow. In quegli anni continuano a nascere nuove etichette, nuove produzioni dai nomi sempre più improbabili ed esotici, gli artisti Italo Disco appaiono un po’ ovunque: radio, giornali, televisione, con esibizioni live e video musicali dal gusto decisamente kitsch, a testimonianza del particolare momento culturali in cui sono usciti.
La corrente della Italo Disco continua a imperversare fino al 1988-1989, fino a che nelle discoteche iniziano a fare capolino i primi brani house, dalle sonorità ossessivamente ripetitive, ma distanti anni luce dagli spensierati motivetti melodici che, a dire la verità, avevano iniziato a stufare il pubblico dei locali notturni.



